In questo canale Substack vorrei, di tanto in tanto, rubare un po’ di spazio ai temi più tecnici per raccontare qualche avvenimento personale, qualche aneddoto, qualche curiosità e, perché no, anche qualcosa di divertente.
Mi perdonerete se in qualche passaggio potrò sembrare un po’ autoreferenziale. Del resto, quando si raccontano episodi autobiografici, un minimo di autoreferenzialità è inevitabile. Ma mi va di farlo. E magari, se avrete voglia di seguirmi anche in questi racconti, potrete trovare qualche spunto interessante sul mio percorso, sul mio carattere e sul modo in cui sono arrivato, un po’ alla volta, a occuparmi di informatica, formazione e divulgazione.
Nel 1984 mi sono affacciato al mondo del lavoro pensando che il mio futuro sarebbe stato quello dell’impiegato o del ragioniere. Avevo studiato ragioneria, scrivevo con dieci dita a una velocità non comune e, tutto sommato, il percorso sembrava abbastanza naturale.
Prima apprendista impiegato in un’assicurazione, poi il servizio militare, naturalmente in ufficio, poi un brevissimo periodo come operaio saldatore di occhiali, e infine l’ingresso nell’azienda sanitaria. Allora si chiamava ancora ULSS n. 1 “Cadore” di Pieve di Cadore, non ancora Azienda ULSS o ASL. Anche lì, ovviamente, il mio ruolo era quello di impiegato amministrativo.
Parallelamente, però, c’era una passione per l’informatica. Una passione non formalizzata, nel senso che non nasceva da un percorso universitario o da una scuola specifica. Ero autodidatta. Leggevo molto, studiavo per conto mio e passavo ore a copiare pagine e pagine di listati di programmi pubblicati sulle riviste del settore. Il tutto con un Commodore VIC-20, che oggi farebbe sorridere molti ragazzi abituati a computer, smartphone e cloud, ma che per me rappresentava una porta spalancata su un mondo nuovo.
A un certo punto, in azienda sanitaria, mi fu chiesto di collaborare con l’ufficio paghe per seguire il server su cui giravano l’applicativo e il database. Non avevo ancora una formazione strutturata in quel campo, ma avevo curiosità, pazienza e una certa predisposizione a osservare.
Affiancavo il tecnico della ditta fornitrice quando veniva in sede. Guardavo quello che faceva, ascoltavo quello che diceva, cercavo di capire. E solo guardando, facendo domande e mettendo insieme i pezzi, imparai le basi di SQL.
In quel periodo scoprii una cosa importante su di me, una cosa che forse altrimenti non sarebbe mai emersa con tanta chiarezza: ero un buon “traduttore”.
Non nel senso classico del termine. Non traducevo dall’inglese all’italiano o da una lingua straniera a un’altra. Traducevo mondi.
Da una parte c’erano i colleghi amministrativi, con le loro esigenze operative, i vincoli normativi, le scadenze, le procedure, le urgenze quotidiane. Dall’altra c’erano i programmatori e i tecnici della ditta fornitrice, con il loro linguaggio, le loro logiche, le loro strutture dati, le loro query, i loro vincoli applicativi.
Io mi trovavo in mezzo.
Prendevo le richieste dei colleghi amministrativi e cercavo di spiegarle ai tecnici in un linguaggio comprensibile per loro. Poi facevo il percorso inverso: prendevo le risposte tecniche e le riportavo ai colleghi in termini pratici, amministrativi, concreti.
Lì per lì sembrava una cosa utile, certo, ma tutto sommato limitata a quel contesto. Una di quelle competenze che servono perché c’è un problema da risolvere, una procedura da sistemare, una stampa da correggere, un dato da recuperare, una scadenza da rispettare.
Con il senno di poi, però, ho capito che quella capacità era molto più importante di quanto pensassi.
Non so nemmeno bene come chiamarla: competenza, talento, abilità, predisposizione. Forse un po’ tutte queste cose insieme. Di certo, quella capacità di stare tra due mondi e farli parlare tra loro mi è stata utile molte volte.
Mi è servita quando sono stato relatore in qualche convegno esterno. Mi è servita in una presentazione all’università. Mi è servita quando ho dovuto illustrare novità tecnico-amministrative a platee anche numerose, magari davanti a un centinaio di persone all’interno dell’azienda sanitaria dove lavoravo e dove lavoro ancora, anche se ormai per circa un altro anno soltanto.
Mi è servita, soprattutto, quando ho iniziato a insegnare informatica in una scuola professionale.
Poche ore, certo. Ma molto vissute.
E lì ho ricevuto un feedback che mi ha fatto particolarmente piacere. Alcuni ragazzi mi hanno detto che spiego bene, che riescono a capire subito. Può sembrare una frase semplice, ma per chi insegna è una delle soddisfazioni più grandi.
Non è una cosa scontata. Soprattutto perché sono insegnante da pochi mesi. Evidentemente, però, qualcosa si era già costruito nel tempo. Tutti quegli anni passati a spiegare l’informatica agli amministrativi e l’amministrazione agli informatici avevano lasciato un segno.
In fondo, insegnare è anche questo: prendere qualcosa che si conosce, smontarlo, rimetterlo in ordine e restituirlo agli altri in una forma comprensibile.
Non basta sapere una cosa. Bisogna anche riuscire a farla arrivare.
E quando vedi che arriva, quando ti accorgi che una persona capisce davvero, che uno studente supera quella piccola barriera iniziale e dice “ah, adesso ho capito”, allora capisci che il tuo sforzo ha prodotto valore.
Per me questa è una grande soddisfazione. Prima di tutto perché quel valore serve ai ragazzi. Ma anche perché mi dà maggiore forza di volontà nel perseguire quella che sarà la mia prossima evoluzione professionale.
Tra circa un anno andrò in pensione da dipendente pubblico e inizierò una nuova vita da libero professionista. Sarà un cambiamento importante, forse il più importante della mia vita lavorativa. Non sarà semplicemente “smettere di lavorare” in un posto e “iniziare a lavorare” in un altro modo. Sarà un cambio di identità professionale.
La formazione sarà uno dei pilastri di questa nuova fase.
Formazione a scuola, certo. Ma anche formazione aziendale, video didattici, podcast, webinar, libri, articoli e tutto quello che potrà servire per condividere competenze in modo utile, concreto e accessibile.
Lo farò con umiltà, sapendo benissimo di non sapere tutto. Chi pensa di sapere tutto, di solito, ha smesso da tempo di imparare. E io invece voglio continuare a imparare, studiare, aggiornarmi e mettermi alla prova.
Ma lo farò anche con la consapevolezza di avere qualcosa da offrire.
Non solo conoscenze tecniche. Quelle sono importanti, naturalmente. Ma anche esperienza, metodo, capacità di collegare mondi diversi e di spiegare concetti complessi senza renderli inutilmente complicati.
Forse, alla fine, la domanda del sottotitolo resta aperta.
Sono un amministrativo con vocazione informatica?
O un informatico con competenze amministrative?
Probabilmente entrambe le cose.
E forse è proprio questa contaminazione, questa doppia appartenenza, a essere stata una delle parti più interessanti del mio percorso. Non essere mai completamente da una sola parte mi ha costretto a costruire ponti. E, tutto sommato, costruire ponti è una cosa che mi piace ancora molto.

